Social media e body image: quanto è reale ciò che vediamo?

Il contesto delle piattaforme social nel particolare ambito del fitness, dello sport e di attività a queste correlate è un ambito che offre sempre molti spunti di riflessione. È in effetti una riflessione personale quella che oggi mi spinge a scrivere due righe su un fenomeno, quello della percezione corporea, che davvero tanto è condizionato dall’imposizione, più o meno consapevole, di immagini di giovani (o meno giovani) uomini e donne dai fisici scultorei, personaggi che della loro immagine e del loro corpo fanno un personal brand talvolta di successo ma che non sempre si raccontano in maniera autentica. Sacrificando volutamente la parte meno interessante del proprio percorso, danno vita ad un sipario che spesso a livello sociale fa più danni che altro. Non è mia intenzione demonizzare le attività professionali indipendenti dei molti che con certa roba ci lavorano, anzi. L’analisi che cercherò di strutturare si propone piuttosto di rendere oggettivo e razionale ciò che ci capita di vedere quotidianamente, per tentare di vivere con serenità e spensieratezza la propria imperfezione.


Partiamo da due concetti di base:

  • l’esposizione frequente a corpi “idealizzati” sui social è associata a una maggiore insoddisfazione corporea;

  • il meccanismo principale di questi processi deleteri sembra essere il confronto sociale (“appearance-based social comparison”);


L’immagine corporea si può definire come il complesso insieme di percezione, pensieri e sensazioni che una persona vive in relazione al proprio aspetto esteriore.

In questo ambito di ricerca emergono due tipi di teorie. La prima, quella socioculturale, descrive un contesto nel quale, seppur in maniera non troppo preponderante, donne e giovani ragazze sperimentano un disagio maggiore rispetto a coetanei di sesso maschile in relazione al proprio corpo. La seconda, la teoria dell’oggettivazione, descrive il fenomeno secondo cui il corpo e la propria immagine diventano oggetto ad uso e consumo di altri. Quest’ultima in particolare spiegherebbe la crescente tendenza della società moderna nella ricerca di canoni di bellezza improbabili e spesso irraggiungibili.

Il concetto di oggettivazione (Objectification Theory) non ha certo origini recenti. La teoria è stata formalizzata da Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts nel ‘97. Già quasi trent’anni fa era evidente come l’influenza degli strumenti mediatici (televisione e riviste di bellezza), per tramite dell’esposizione costante a determinati canoni di bellezza, stesse radicalmente modificando il pensiero collettivo.

L’oggettivazione inizia da un processo di costante valutazione dell’aspetto estetico. I canoni del “bello” perdono la loro valenza soggettiva e diventano parametri rigidi socialmente accettati. È cioè bello ciò che si dice essere bello e non ciò che “piace a me”. In particolare corpi snelli, seni accettabilmente generosi, addominali evidenti, e altri parametri fisici simili diventano lo standard di riferimento socialmente riconosciuto. Il risultato di questo fenomeno di oggettivazione culturale è l’auto-oggettivazione, ossia l’interiorizzazione del modello di valutazione che guarda verso sé stessi. Come ben si comprenderà, questo modello porta ad una costante valutazione delle proprie caratteristiche fisiche personali, in un confronto con gli standard sempre più alti, imposti da una società viziata.

La diretta conseguenza che questo tipo di dinamiche mentali genera è legata ad un perpetuo senso di inadeguatezza e di insoddisfazione nei confronti del proprio corpo, fenomeni che sono strettamente correlati con disturbi psicologici quali ansia, depressione e disturbi del comportamento alimentare (DCA), disturbi esaltati dalla sempre maggiore esposizione a contenuti social e al costante confronto che si vive durante il loro utilizzo. Dai primi anni 2000 infatti, l’avvento dei social media ha radicalmente modificato le abitudini comportamentali delle persone in tutto il mondo. La costante disponibilità ed esposizione alle immagini di chiunque le voglia condividere, spesso in contesti costruiti ad hoc e altrettanto frequentemente modificate per farsi apparire “perfetti” ha amplificato ed intensificato questi processi di “confronto malato”. 

Secondo alcuni studi (che lascio in bibliografia) l’utilizzo delle piattaforme social, ed in particolare di quelle meno testuali e più basate sulla compulsiva fruizione di immagini (IG, TikTok), sarebbe strettamente correlato con:


  • Una peggiorata percezione corporea;

  • Una maggiore insoddisfazione corporea;

  • Un aumentato rischio di comportamenti alimentari disfunzionali;

  • Un aumentato rischio di sviluppare stati di ansia e depressione.


Alcuni pattern comportamentali durante l’utilizzo dei social si sono dimostrati essere particolarmente lesivi in questo senso. Ad esempio la pubblicazione di immagini di sé editate, non quindi rappresentative della realtà, tende a favorire i processi di cui sopra, in particolar modo se le stesse immagini risultano essere apprezzate. La ricezione di commenti negativi a contenuti personali tende a favorire una cattiva percezione della propria immagine. Ma anche il mero utilizzo di queste piattaforme, per mezzo del confronto sociale, tende a generare già di per sé un senso di generale inadeguatezza. 

Un particolare filone molto di moda nell’ambito fitness e sport è quello definito della “Fitspiration” o “Fitspo” (#fitspo) un trend nel settore del fitness spinto da personaggi che generano contenuti ispirazionali per motivare le persone a mangiare in maniera “corretta” (che già di per sé è davvero difficile da contestualizzare…) e allenarsi. Mentre nella maggior parte dei casi l’intento autentico di personaggi che strutturano il proprio posizionamento social in questo modo è evidentemente quello di aiutare le persone a migliorare il proprio stato di salute attraverso il racconto diretto delle proprie attività ed abitudini quotidiane, il risultato sociale che ne deriva è spesso esattamente il contrario. Molte persone, assoggettate a questo tipo di contenuto, vivono il disagio legato alla propria incapacità o impossibilità di emulare le strategie di vita proposte e ancor più di ottenere i risultati fisici ed estetici dei protagonisti e per cui i protagonisti stessi godono della loro popolarità.


Da qui alcune riflessioni personali…


In un sistema che promuove la fruizione di contenuti targettizzati, basati dunque sulle nostre preferenze individuali, che ci vengono propinati in maniera estremamente selettiva, siamo davvero sicuri che ciò che vediamo sia “la normalità”? Siamo sicuri che la “realtà” alla quale ci esponiamo sia autentica e non sia invece una grossa distorsione collettiva?

Personalmente tendo a pensare (anzi, ne sono abbastanza convinto) che quanto ci viene proposto dai social non solo non sia la normalità ma anzi, rappresenti l’eccezione, resa “normale” da un algoritmo che ci espone quotidianamente a ciò a cui inconsapevolmente vogliamo essere esposti. Diventa dunque normale nella vita di un soggetto comunissimo e magari semplicemente appassionato di palestra e temi affini essere frequentemente sottoposto a immagini di soggetti estremamente fit, dai fisici muscolosi, molto magri (bassa BF %) e dalle performance eclatanti. A rincarare la dose, spesso questi stessi soggetti, nel raccontare la propria storia, sovrastimano le risorse del proprio pubblico e sottostimano l’influenza negativa che possa avere una loro promessa non mantenuta, come un banalissimo “lo puoi fare anche tu”. Spesso non puoi…e ancora più spesso, non vuoi!


Un ragionamento critico per cercare di ridimensionare i canoni di normalità. 

Come moltissimi fenomeni umani, anche aspetti di natura antropometrica (come il peso, l’altezza, il BMI, la composizione corporea, ecc.) seguono una distribuzione normale (gaussiana). 

Un dato parametro fisico, prendiamo ad esempio la BF % (percentuale di grasso corporeo), nel contesto di un campione abbastanza numeroso da poter rappresentare l’intera popolazione, tenderà a distribuirsi in modo normale. In questo caso cioè la maggior parte delle persone avranno una BF % media, ad esempio compresa tra il 15 e il 20-22%. Solo alcuni avranno una BF % un po’ più alta (22-30%) o un po’ più bassa (8-15%) e davvero pochissime persone rappresenterebbero gli estremi della campana, ovvero soggetti con BF estremamente alte (>30%) o estremamente basse (<8%). In questo contesto potremmo affermare che nell’ambito del fitness e dello sport mediamente la popolazione di praticanti tenda ad essere un po’ più magra (minore BF %). Tuttavia, in un’ottica di popolazione generale il ragionamento di cui sopra non fa una piega. Inoltre, sempre in considerazione di parametri quali il peso, il BMI (indice di massa corporea) e altre caratteristiche antropometriche indicative di un “migliore” o “peggiore” stato di forma, vanno considerati dei trend globali di popolazione.

Se per esempio analizziamo i dati globali relativi a obesità e sovrappeso ci rendiamo presto conto di un trend generalizzato e parecchio preoccupante. Di seguito alcuni grafici relativi a sovrappeso e obesità in cui ho isolato i parametri relativi ad alcuni paesi o aree geopolitiche. I dati si riferiscono ad un periodo compreso tra il 1980 e il 2024.

In uno scenario mondiale come questo risulta abbastanza fisiologico tendere a pensare che se il trend di popolazione è quello descritto da dati raccolti in database con riconoscimento di autorevolezza a livello globale, la distribuzione della popolazione sta tendendo a spostarsi verso la parte destra della campana di cui sopra. 

La riflessione che emerge spontanea è: se questi sono i dati statistici relativi ad un trend riferito ad un parametro estremamente indicativo dello stato di forma (inteso in senso estetico, ma anche in termini di salute) della popolazione (praticamente di tutto il mondo!), come può essere normalizzata una condizione fisica che prevede, per essere raggiunta, un rigoroso protocollo di allenamento e sacrifici nutrizionali non negoziabili, protratti per anni? Fisicità molto asciutte (basse BF %), magari segnate da striature muscolari in vista e muscoli molto vascolarizzati, sono condizioni difficilissime da raggiungere e ancor più complicate da mantenere. Raggiungere condizioni come quelle descritte prevede, contrariamente a quanto si pensi e a quanto a volte venga professato, di sacrificare alcuni aspetti della vita che le persone comuni, seppur attratte dall’idea di un certo tipo di fisico (culturalmente idealizzato), non sono disposte a sostenere. 

A questo tipo di riflessione ne andrebbe affiancata un’altra, relativa all’utilizzo di sostanze dopanti da parte di chi promuove salute usando il proprio corpo come vetrina, aspetto molto spesso omesso al di fuori del contesto del BB, in cui è per lo più un tema abbastanza sdoganato. 

Se dal punto di vista di una persona adulta e verosimilmente matura alcuni dei meccanismi deleteri proposti possono essere filtrati da un’educazione e da una personalità formati, ciò che più fa preoccupare è l’impatto che certi contenuti possono avere su un pubblico più giovane, più fragile e meno schermato. 

Conclusioni

I social network non sono il problema. Sono uno strumento straordinariamente potente, che amplifica ciò che scegliamo di vedere e il modo in cui decidiamo di utilizzarlo. Possono ispirare, educare e motivare, ma possono anche alimentare confronti continui con standard estetici poco rappresentativi della realtà.

Forse la domanda non dovrebbe essere “quanto è bello quel fisico?”, ma “quanto è reale?”. Dietro una fotografia esistono illuminazione, pose, filtri, selezione delle immagini, algoritmi e, spesso, una parte della storia che semplicemente non viene raccontata.

Educare alla salute significa anche educare allo sguardo critico. Significa imparare a distinguere un contenuto informativo da uno costruito esclusivamente per catturare attenzione. Significa ricordare che un corpo non racconta necessariamente lo stato di salute di una persona e che il nostro valore non può essere misurato dallo specchio o dal numero di “mi piace” ricevuti.

La ricerca ci suggerisce che ridurre il confronto sociale, seguire profili che promuovono una rappresentazione più autentica del corpo e sviluppare una maggiore consapevolezza del funzionamento dei social media sono strategie concrete per proteggere il proprio benessere psicologico. In un’epoca in cui siamo costantemente esposti all’immagine degli altri, forse la vera sfida è tornare a guardare con maggiore equilibrio la nostra.

La salute non è un’immagine da inseguire, ma un percorso da costruire. E, fortunatamente, quel percorso non ha bisogno di filtri.

A cura di Marco Carlin

Health and Performance Specialist

Laureato Magistrale in Scienze e Tecniche dello Sport e Scienze della Nutrizione Umana

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Bibliografia

  1. Holland G., Tiggemann M. - A systematic review of the impact of the use of social networking sites on body image and disordered eating outcomes. Body Image (2016)

  2. Jeronimo F., Veiga Carraca E. - Effects of fitspiration content on body image: a systematic review. Eating and Weight Disorders (2022)

  3. Mazzeo S. E. et al. - Mitigating Harms of Social Media for Adolescent Body Image and Eating Disorders: A Review. Psychology Research and Behavior Management (2024)

  4. https://ourworldindata.org